Nel libro Da febbraio a febbraio, tre simboli si impongono con forza: i corvi, lo specchio e il cuore. Insieme, formano l’alfabeto etico della sopravvivenza che sostiene l'intera opera: un sistema di segni dove ogni immagine è una precisa scelta morale necessaria per dare voce a ciò che il mondo reale vorrebbe mettere a tacere.
L’universo visivo di Varvara Pražka agisce come un linguaggio parallelo ai testi, articolando un discorso sul bene, sul male e sulla loro complessa relazione.
Tutto ruota attorno a questi tre poli fondamentali:
- Il cuore: emblema della vita e della forza d’animo.
- Il corvo: figura del male, della paura e della distruzione.
- Lo specchio: posto al centro della sequenza visiva, funge da asse di simmetria e sintesi del senso del libro.
Questi simboli non sono distribuiti casualmente, ma seguono la scansione temporale del racconto: un diario inciso mese dopo mese, dal febbraio 2022 al febbraio 2023. In questa progressione cronologica, la simbologia assume una cadenza quasi liturgica: il cuore e il corvo punteggiano il percorso apparendo tre volte ciascuno, mentre lo specchio compare un’unica volta, al centro della linea temporale, come un perno concettuale su cui ruota l’intero anno. È emblematico che la prima illustrazione, quella che apre il ciclo a febbraio, metta subito a confronto il cuore e il corvo: un’immagine che inaugura la dialettica fondamentale tra l’amore e la paura, tra la custodia dell’interiorità e la violenza della realtà esterna. È la scintilla iniziale di quella tensione che attraverserà, mese dopo mese, l’intera opera di Pražka.
I corvi: l’evoluzione di un simbolo
I corvi sono il simbolo più immediato e ricorrente nel mondo di Varvara. La loro presenza precede persino il conflitto: compaiono durante la pandemia, quando, come racconta l’artista, “gracchiavano sotto la mia finestra e mi facevano paura”. Per esorcizzare quel timore, Varvara inizia a disegnarli, ma con lo scoppio della guerra i volatili si trasformano.
Non sono semplici uccelli, né metafore del potere oppressivo. Diventano il simbolo della paura che paralizza, del "cuore morto" di chi ha smesso di provare empatia e si nutre delle macerie.
Per comprendere la forza di questa scelta, è utile guardare alla tradizione russa e slava. Ecco come ne scrivono Elena Boldyreva ed Elena Asaf’eva:
“Nella letteratura, il corvo è spesso accompagnato dagli epiteti ‘malefico’, ‘sanguinario’, ‘sinistro’. Tuttavia, queste rappresentazioni non hanno sempre prevalso. I popoli antichi, e la mitologia slava in particolare, veneravano i corvi per la loro saggezza secolare, la loro perspicacia, la loro forza e il loro coraggio. [...] Il corvo come simbolo mortale è invece il compagno immancabile della guerra e dei cataclismi, delle malattie e delle catastrofi; divora la carne umana o le sottrae le sue forze spirituali.”1
Varvara rielabora questo immaginario: i suoi corvi sono creature che traggono vantaggio dalla disgrazia, rappresentando chi “si nutre del crollo”.
Lo specchio: la responsabilità del riflesso

Il secondo pilastro dell’opera è lo specchio. Già presente in lavori precedenti, assume qui un significato politico e umano: “Lo specchio è il simbolo della nostra somiglianza, della comune umanità.”, spiega Varvara.
Senza voler cancellare le responsabilità individuali o politiche, Pražka mette a nudo l'assurdità della guerra come una forma di suicidio collettivo e di autodistruzione del genere umano: “L’uomo uccide l’uomo. L’umanità uccide se stessa.”
Qui gli uomini si affrontano in posture di combattimento davanti al proprio riflesso, eppure i loro volti restano quasi inespressivi, velati soltanto da una cupa tristezza. Non vi è traccia di odio o aggressività nei lineamenti. Questa dissociazione è rivelatrice: agiamo come corpi che eseguono una violenza estranea alla nostra natura, frutto di una costruzione esterna che finisce per renderci estranei a noi stessi. In questo sdoppiamento, l'atto di conoscere l’altro naufraga nell'impossibilità di riconoscere sé stessi: colpire il riflesso non è più un gesto di rabbia, ma il tragico automatismo di un’umanità che ha smarrito la propria anima.
Questo sdoppiamento tra l’io e il suo riflesso trova una sintesi visiva immediata nelle scelte di copertina. L’autoritratto in prima e quello in quarta di copertina agiscono come uno specchio temporale: mostrano l’impatto del conflitto sull'identità dell'artista, dove i segni del tempo e della stanchezza diventano la testimonianza tangibile di un anno vissuto dentro la Storia. È la conferma che lo specchio, in Da febbraio a febbraio, non restituisce solo un'immagine, ma la trasformazione profonda di chi rifiuta di arrendersi, restando fedele al monito che chiude l'opera: «Non bisogna arrendersi. Anche se si è molto stanchi».
Il cuore: materia viva, organo pulsante
Il cuore è il simbolo più luminoso dell’opera, ma Varvara rifiuta ogni deriva sentimentale. Lo rappresenta come un organo reale: con vene, arterie e una materia pulsante che sanguina e sussulta.
L’ispirazione nasce dopo una manifestazione contro la guerra, richiamando la legenda di Danko: l’eroe che si strappò il cuore dal petto per illuminare il cammino agli altri nel buio della foresta.

Dal cuore ferito sgorga il sangue: un rosso che dilaga, espressione di un dolore che invade il corpo e si propaga oltre, come un grido soffocato.
Il cuore vivo, in questa narrazione, si erge come l'antitesi del 'cuore di pietra' caro ai corvi: è la forza generatrice capace di creare, provare compassione e immaginare un futuro possibile tra le macerie. Diventa così il vero centro etico dell’opera che non teme il sacrificio. Lo testimonia l’artista stessa quando dichiara che, se un giorno sapesse che il proprio cuore potesse salvare qualcuno, sarebbe pronta a strapparselo: un atto estremo di chi sceglie di restare umano.
Conclusione
Attraverso questo triplo registro simbolico, Da febbraio a febbraio racconta un viaggio che va dalla paura alla speranza. Come il linguaggio esopico di cui abbiamo parlato nel nostro articolo precedente, anche questi simboli funzionano per allusioni e risonanze. Permettono di dire l'indicibile a chi vive in Russia, parlando contemporaneamente anche a chi osserva il conflitto dall'esterno.
L’opera di Varvara Pražka ci costringe a guardare dentro quella ferita dove la nostra volontà ha ceduto il passo all'automatismo, ricordandoci che la rinascita non è un evento fatale, ma una scelta che passa per il coraggio di restare umani. È in questa resistenza viscerale che risiede l'unica promessa possibile: “finché ci saranno cuori vivi, la primavera tornerà.”
D.N.
1 Культурная символика образа ворона в русской и китайской поэзии. часть 1, Елена Михайловна Болдырева, Елена Валерьевна Асафьева.
(Il significato simbolico dell'immagine del corvo nella poesia russa e cinese, parte 1, Elena Mikhailovna Boldyreva, Elena Valeryevna Asaf’eva).

